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Google sospettata di censurare le voci scomode

Roma - Non è la prima volta che Google viene sospettata di esercitare fosche pressioni su gruppi di potere e stakeholder. D´altronde Google ha speso solo tra aprile e giugno di quest´anno 5,4 milioni di dollari in attività di lobby politica. Recentemente il New York Times ha riportato la notizia di un licenziamento sospetto all´interno della New America, importante fondazione statunitense la cui voce ha da sempre un ruolo fondamentale nei dibattiti pubblici. Recentemente, il responsabile dell´iniziativa ribattezzata Open Markets, Barry Lynn, critico nei confronti del potere predominante dei giganti hi-tech, è stato licenziato. Nonostante il presidente della fondazione abbia confermato che la decisione è da attribuirsi a "ripetuti rifiuti di aderire agli standard di apertura e collegialità istituzionali della New America", in molti credono che il fulcro del problema sia da rintracciare specificatamente nella pubblicazione di un articolo di compiacimento per la recente sanzione per abuso di potere dominante elevata dall´Unione Europea ai danni di Google.


La fondazione fino al 2016 è stata "vicina" ad Eric Schmidt, executive chairman di Google, e altro aspetto da tenere in considerazione è che la fondazione ha ricevuto dallo stesso Schmidt finanziamenti per 21 milioni di dollari. Sono in molti a ritenere quindi che una celebrazione anti-Google, sia stata "punita" con un licenziamento, o meglio con un distacco del gruppo Open Markets da New America. "Il team di Open Markets si congratula con il commissario europeo per la concorrenza Margrethe Vestager e con l´autorità europea per la concorrenza di questa importante decisione. Il potere di Google è una delle sfide più critiche per i responsabili politici della concorrenza nel mondo di oggi. Esigendo che Google tratti con parità i servizi rivali invece di privilegiare i propri, Vestager protegge il libero flusso di informazioni e commercio su cui dipendono tutte le democrazie" - è l´introduzione all´articolo al centro della diatriba tuttavia presente nel sito di New America.

In questa vicenda come in altre dallo stesso timbro, non ci sono evidenze che Google sia intervenuta con pressioni dirette. Wired, venuta in possesso di alcune email tra Schimdt e la presidente di New America, confermerebbero semplicemente un certo rammarico. Quel che è certo è che le fondazioni e i centri pensiero che hanno legami con la grande G hanno tutto l´interesse a mantenere i migliori rapporti visto che da essi dipendono cospicui finanziamenti. La stessa New America infatti, per voce della sua presidente Slaughter, fin dall´inizio della vicenda ha invitato Lynn a considerare come le sue azioni avrebbero potuto compromettere i finanziamenti per i suoi colleghi: "Pensa a come hai messo a repentaglio i finanziamenti per gli altri colleghi". "Stiamo cercando di espandere il nostro rapporto con Google su alcuni punti assolutamente fondamentali. Ho bisogno anche dell´attuale revisione di quanto accaduto. Immediatamente": così si è rivolta la Slaughter a Lynn.

Quanto accaduto, sembra destinato a non passare inosservato. La Content Creators Coalition (C3), che raccoglie aziende e personalità del mondo della creazione di contenuti digitali, ha chiesto che venga aperta un´indagine in merito. E sempre in questi giorni vengono a galla alcuni strani casi di "forzature" dei risultati di ricerca, che per alcuni sono riconducibili a veri e propri atti di censura. I responsabili del sito World Socialist Web Site, accusano Google di aver penalizzato il sito in Google News inserendo i termini più usati per la sua ricerca in una black list. Dall´altra parte del versante, invece, la testata di destra The Liberty Conservative, avrebbe ricevuto da Google la richiesta di rimozione di un articolo a sfondo politico sociale dal dubbio gusto, pena il ban dalle piattaforme pubblicitarie utilizzate da cui il sito trae profitto. Un altro caso ancora, riguarderebbe un vecchio articolo di critica al social network Google Plus, scritto da un ex giornalista di The Forbes al momento del lancio. Al centro della disamina c´era la poca correttezza nella modifica dell´algoritmo di ricerca, volta a premiare gli editori che avessero integrato il pulsante di condivisione nelle loro piattaforme. Google ha rassicurato che la penalizzazione dell´articolo critico e la successiva rimozione (anche la sua versione cache) è dipesa dalla richiesta formulata dall´editore stesso per tutelarsi legalmente; il giornalista non avrebbe avuto infatti l´autorizzazione legale per pubblicare quell´articolo, tratto da un incontro con Google (non-disclosure agreement). Il giornalista però non sarebbe dello stesso parere.

Il potere monopolistico dei giganti del tech non è più solo un tema di antitrust.Se Google, Facebook e Amazon (solo per citarne alcune) influenzano con il loro potere e i loro soldi i centri di pensiero indipendenti (ci sono casi persino di finanziamenti a professori universitari interpellati a "indorare la pillola" con alcune ricerche) che ne sarà della net neutrality, della libertà di pensiero e la pluralità dell´informazione?

 

Fonte: Punto Informatico - Mirko Zago